Con 13 barattoli (vuoti) di pelati si ottiene una padella, 7 scatolette di tonno piccole possono diventare un vassoio, 800 lattine di Coca Cola o di birra si trasformano in una bicicletta, 130 ne servono per un monopattino, 37 per una moka da 3 tazze. Che bello il riciclo. Eppure ogni giorno sul riciclo, che pure ha ispirazioni sociali di importanza fondamentale viene effettuato un furto con destrezza ai danni dei consumatori. Ma è proprio il riciclo ad alimentare l’affare consumo e quindi la produzione dell’imballaggio. Vediamo come.

Vediamo cosa succede quando acquistiamo, ad esempio, una lattina di Coca Cola:

Furto nr. 1:

Costo all’acquisto dell’imballaggio.

La lattina costa all’Azienda mediamente il 3,41% del prodotto. Ciò che incide sono soprattutto altri costi come la produzione, l’amministrazione, la distribuzione, la pubblicità. In realtà il consumatore paga sulla confezione circa il 20% del suo valore e questo perchè è la confezione a creare valore aggiunto. Quindi mediamente per una lattina il costo della confezione rapddoppia ad ogni raddoppio del valore aggiunto. Di fatto su due euro di un bar paghiamo 40 cent solo la confezione.

Furto nr. 2:

Tassa sui rifiuti.

Il presupposto della tassa sui rifuti è il secondo furto con destrezza. Il 90 per cento dei rifuti che noi produciamo è infatti rifiuto da confezione. La domanda che ci si deve porre è: perchè se io pago la confezione devo poi pagare anche il costo per smaltirla? Ci pensi l’azienda che l’ha prodotta. Ed infatti così è per legge. Le aziende pagano al CONAI un Consorzio che gestisce il riciclo dei prodotti un contributo a chilo per materiale di imballaggio prodotto.

Furto nr. 3

Il CONAI.

Il Consorzio nasce per iniziativa governativa per garantire un riciclo minimo del 50 per cento di tutti i rifiuti. In realtà Conai riporta una percentuale di rifiuti da imballaggio complessivi avviati a riciclo in Italia pari al 68% degli imballaggi immessi sul mercato (i dati si riferiscono al 2013, ndr) a fronte di un obiettivo nazionale, imposto dal TUA (il Testo Unico Ambientale, d. lgs. 152 del 2006, ndr), compreso tra un minimo del 55% ed un massimo dell’80%. In effetti però, tali dati sono riferiti a tutti i rifiuti da imballaggio, ovvero quelli confluiti nel circuito di raccolta urbano (principalmente imballaggi primari) e quelli provenienti dal canale commerciale e industriale (in massima parte imballaggi secondari e terziari), che si caratterizzano come rifiuti speciali. Conai, infatti, considera congiuntamente i due segmenti, principalmente in virtù del fatto che tutti i produttori degli imballaggi immessi al consumo ottemperano agli obblighi derivanti dall’EPR aderendo al consorzio e pagando il contributo ambientale Conai (Cac). Tuttavia, nei fatti la maggior parte dell’attività di avvio a riciclo organizzata dal sistema consortile riguarda i rifiuti da imballaggio confluiti nella raccolta differenziata urbana”. Detto in parole povere, i produttori, utilizzatori ed importatori di imballaggi secondari e terziari (ovvero gli “imballaggi degli imballaggi”, quelli cioè che non finiscono nelle mani del consumatore ma che servono esclusivamente al trasporto e allo stoccaggio delle merci su scala industriale) versano al Conai il Cac, la forma di finanziamento attraverso la quale Conai ripartisce tra produttori e utilizzatori il costo per i maggiori oneri della raccolta differenziata, per il riciclaggio e per il recupero dei rifiuti di imballaggi. In realtà però, solo una minima parte dei secondari e terziari viene intercettata dai sistemi di raccolta differenziata. Tutto il resto è avviato a riciclo in base ad accordi stretti direttamente dagli utilizzatori degli imballaggi con i riciclatori (che pagano per “acquistare” gli imballaggi), senza alcun supporto logistico da parte del Conai. Che però, avendo incamerato su quegli imballaggi il Cac, si attribuisce comunque il merito dell’operazione.

Quindi di fatto CONAI incassa per smaltire 100 ma, di fatto smaltisce solo la metà ovvero quello che buttiamo da consumatori. I rifiuti secondari infatti sono venduti dalle società ad altre società e non smaltititi dal CONAI ed in questo modo le società guadagano due volte sui consumatori ovvero facendo pagare la confezione, le tasse, i rifiuti secondari. Su questi però le aziende repuerano un sacco di soldi, anzi ammortizzano le tasse sugli imballaggi quindi recuperano in parte i costi dei rifiuti primari. Ma noi paghiamo sul prodotto per lo smaltimento di tutti sia quelli primari che secondari…

Furto nr. 4

Il Comune

Come faccio a sapere quanta plastica verrà effettivamente riutilizzata in quel sacchetto da un chilo che ho messo nel cassonetto della plastica? Conta solo il materiale effettivamente riciclato, cioè inviato a recupero di materia o di energia. È il riciclo infatti, e non la raccolta differenziata, che fa bene all’ambiente. Ma anche il riciclo non è la soluzione a tutto perché nessun materiale organico è riciclabile infinite volte e perché ogni operazione di riciclo richiede energia e materie prime e produce emissioni e rifiuti. Pur in presenza di una raccolta differenziata perfetta e portata al suo valore massimo, ci vogliono sia le discariche sia i termovalorizzatori. Il CONAI paga ai comuni dei soldi su ciò che viene differenziato. Però qui avviene un ulteriore furto con scasso ai danni del consumatore. Si paga appunto non la quantità di rifiuti defferenziata, ma quella riciclata. In sintesi l’interesse non è su ciò che si mette nel differenziato ma ciò che i Comuni riescono a recuperare. In sostanza sulla lattina o sulla busta di plastica su cui ho pagato un prezzo, su cui ho pagato una tassa non solo sui rifiuti primari ma anche su quelli secondari….se poi la butto nel differenziato solo se sarà recuperata servirà forse ad aumentare gli introiti dei Comuni ma non ad abbassar le mie tasse.

In sostanza. Non vi è alcun interesse ne da parte dei Comuni, ne del Conai, ne delle industrie a ridurre gli imballaggi. Semmai l’interesse è opposto ed il sistema incoraggia la creazione degli imballaggi, non la riduzione.

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